Grazie per la richiesta di revisione. Dopo aver verificato le fonti più recenti, ho individuato alcuni errori e imprecisioni nel mio articolo precedente. Procedo con una versione completamente corretta:
Rating di legalità 2026: controlli rafforzati, durata triennale
Dal 16 marzo 2026 cambia il sistema di valutazione della conformità normativa per le aziende italiane. Il nuovo regolamento AGCM – delibera 31812 del 27 gennaio 2026, pubblicata in Gazzetta Ufficiale n. 33 del 10 febbraio – porta con sé modifiche che toccano sia i criteri di assegnazione sia la gestione operativa delle istanze. La durata del riconoscimento passa a 3 anni, però – e qui sta il punto centrale – i requisiti si fanno più stringenti e le verifiche aumentano. Non proprio un percorso in discesa per chi cerca questo attestato.
Requisiti di accesso e condizioni obbligatorie
Le condizioni base per ottenere il rating di legalità restano sostanzialmente invariate rispetto alla disciplina precedente. Serve una sede operativa in Italia, un fatturato minimo di 2 milioni di euro riferito all’anno prima della domanda, iscrizione al Registro Imprese o al REA da almeno 2 anni. Niente di nuovo su questo fronte, insomma.
La vera novità arriva sul piano dei motivi ostativi, quelli che impediscono di ottenere – o mantenere – il riconoscimento. L’elenco si allunga in modo significativo. Adesso basta l’esercizio dell’azione penale ai sensi dell’articolo 407-bis del codice di procedura penale per bloccare tutto, anche senza condanna. E non parliamo solo dei reati già previsti prima: il perimetro si estende a estorsione, usura, caporalato (articoli 603-bis, 629 e 644 del codice penale), oltre a tutti i reati elencati negli articoli 24, 25 e 25-octies del decreto legislativo 231/2001.
Pure le misure giudiziarie diventano ostative. Il controllo giudiziario secondo l’articolo 34-bis del decreto legislativo 159/2011, la prevenzione collaborativa ex articolo 94-bis dello stesso decreto, le misure patrimoniali: tutto questo, se in corso, preclude il rating. La logica – almeno sulla carta – è chiara: alzare l’asticella per garantire che chi ottiene il riconoscimento sia davvero pulito sotto ogni profilo.
Quando l’ostatività cessa e si può ripartire
Anche dopo una condanna definitiva, la strada per riottenere il rating esiste, ma richiede pazienza. Devono passare 5 anni dal passaggio in giudicato della sentenza prima di poter presentare una nuova domanda. Nel caso di patteggiamento – quello previsto dall’articolo 444 del codice di procedura penale – il termine scende a 3 anni. Per i decreti penali di condanna diventati definitivi, bastano 2 anni.
C’è però una possibilità di salvezza, anche se non facilissima da percorrere. Se l’impresa dimostra di essersi dissociata completamente dalla condotta illecita dei soggetti coinvolti – magari comunicando tempestivamente l’evento all’Autorità e rimuovendo gli interessati da qualsiasi ruolo gestionale – può sperare di ottenere il rating anche prima dei termini indicati. Nella prassi, bisognerà vedere quanto l’AGCM sarà disposta a riconoscere questa “dissociazione effettiva”.
Punteggio base e requisiti premiali
Il sistema di assegnazione prevede un punteggio base espresso con una stella, che corrisponde all’assenza dei motivi ostativi. Poi, attraverso l’adozione di comportamenti virtuosi, si possono accumulare segni “+” fino a raggiungere il massimo di tre stelle.
Tra i requisiti premiali rientrano l’adesione volontaria a protocolli di legalità sottoscritti con il Ministero dell’Interno o con le Prefetture, l’adozione di modelli organizzativi 231, l’implementazione di sistemi certificati di responsabilità sociale, l’utilizzo di strumenti di tracciabilità dei pagamenti. Anche l’iscrizione nelle white list prefettizie – quelle che attestano l’assenza di infiltrazioni mafiose per settori a rischio – vale punti aggiuntivi.
La novità più interessante sul fronte premiale riguarda il bonus continuità. Chi al momento del rinnovo può dimostrare di aver ottenuto il rating in via continuativa per almeno tre cicli precedenti riceve un punteggio aggiuntivo. Tradotto: serve mantenere il riconoscimento senza interruzioni per tre volte di fila prima di poter beneficiare di questo “+1” extra. Un percorso lungo, che premia chi resta virtuoso nel tempo e non solo occasionalmente.
Obblighi informativi e controlli periodici
Sul versante degli obblighi di comunicazione, il nuovo regolamento introduce presidi più severi. Le imprese titolari del rating devono informare l’AGCM entro 30 giorni da quando si verifica un evento rilevante che potrebbe incidere sui requisiti di legalità. Quali eventi? Quelli che riguardano procedimenti penali a carico delle figure apicali, sanzioni antitrust, violazioni gravi in materia di sicurezza sul lavoro, irregolarità contributive significative.
L’Autorità, dal canto suo, effettua controlli su un campione del 10% delle imprese che hanno ottenuto il rating. Verifiche annuali, si intende, non controlli sporadici ogni tanto. La Guardia di Finanza entra nel processo per le verifiche fiscali e contributive, mentre l’ANAC interviene per gli aspetti relativi agli appalti pubblici e alle eventuali sanzioni in quel settore.
Chi non rispetta gli obblighi informativi – cioè omette di comunicare eventi rilevanti nei termini previsti – rischia grosso. Non solo la sospensione immediata del rating, ma anche il divieto di presentare una nuova domanda per 18 mesi dalla cessazione del motivo ostativo. Una sanzione che può pesare parecchio, soprattutto se l’impresa aveva costruito la propria strategia commerciale o finanziaria sul possesso di questo riconoscimento.
Attestato in inglese e spendibilità internazionale
Una delle novità che potrebbe rivelarsi utile per molte realtà riguarda l’emissione dell’attestato anche in lingua inglese. Non si tratta di un dettaglio secondario: per le imprese che operano sui mercati internazionali o che cercano investitori esteri, poter presentare una certificazione di legalità riconosciuta dall’autorità italiana in una lingua comprensibile ai partner stranieri facilita parecchio le cose.
Il formato resta quello tradizionale – attestato con indicazione del punteggio ottenuto e della validità – ma la versione bilingue permette di inserire questo elemento anche nella comunicazione rivolta a clienti, fornitori e finanziatori non italiani. In un contesto dove la compliance e i temi ESG pesano sempre di più nelle decisioni di investimento, avere un documento ufficiale che certifica il rispetto di standard elevati di legalità può fare la differenza.
Uso del logo e comunicazione aziendale
L’utilizzo del logo AGCM per pubblicizzare il proprio rating viene regolamentato con maggiore precisione. Non basta più mostrare il simbolo generico dell’Autorità: serve indicare espressamente il punteggio ottenuto, cioè il numero di stelle assegnate. Questo per evitare che le imprese possano dare l’impressione di avere un rating più alto di quello effettivo, comunicando solo il fatto di possederlo senza specificare il livello.
Chi usa il logo in modo improprio – ad esempio attribuendosi un punteggio superiore a quello reale, o continuando a utilizzarlo dopo la scadenza o la revoca – va incontro a sanzioni che possono arrivare fino al 10% del fatturato. Una cifra che per molte aziende rappresenta un importo considerevole, ben oltre una semplice sanzione amministrativa simbolica.
La comunicazione deve essere chiara e trasparente. Se un’impresa vuole inserire il rating nel proprio materiale promozionale, sul sito web, nelle presentazioni aziendali, deve farlo riportando esattamente il punteggio e la data di validità. Niente trucchi, niente ambiguità.
Disciplina transitoria e domande pendenti
Per le domande già presentate ma non ancora concluse al momento dell’entrata in vigore del nuovo regolamento – quindi al 16 marzo 2026 – scatta l’obbligo di rinnovarle entro 30 giorni utilizzando i nuovi formulari. Se questo non avviene, le istanze decadono. Chi aveva investito tempo e risorse nella preparazione della documentazione secondo le vecchie regole si trova quindi a dover rifare tutto.
Le imprese che già possiedono il rating attribuito con il regolamento precedente devono comunicare all’AGCM, entro 60 giorni dall’entrata in vigore della nuova disciplina, eventuali eventi che secondo le nuove disposizioni costituiscono motivi ostativi. Se l’impresa comunica correttamente, il rating continua ad avere validità fino al 16 novembre 2026 oppure fino alla scadenza biennale originaria, se questa arriva prima. In caso di omessa comunicazione scoperta dall’Autorità, scatta invece la revoca immediata con il divieto di presentare una nuova domanda per 18 mesi.
Benefici concreti per le aziende titolari
Al di là degli aspetti procedurali, resta da capire cosa ottiene concretamente un’impresa che riesce a ottenere il rating. Sul fronte dell’accesso al credito, le banche sono tenute a considerare il rating nelle valutazioni di affidamento e, in caso di rifiuto a concedere condizioni di favore, devono motivare la decisione alla Banca d’Italia. Non si tratta di un obbligo automatico a erogare credito a tassi agevolati, ma di un vincolo a prendere in considerazione questo elemento e a giustificare eventuali decisioni difformi.
Nei bandi pubblici, il possesso del rating comporta premialità che variano a seconda delle amministrazioni. Alcune attribuiscono punteggi aggiuntivi in sede di valutazione delle offerte, altre prevedono riduzioni dell’importo delle garanzie richieste – si parla di riduzioni fino al 30% secondo quanto previsto dal codice degli appalti. Per le imprese che partecipano regolarmente a gare pubbliche, questi vantaggi possono tradursi in un risparmio significativo, sia in termini di costi finanziari per le garanzie sia in termini di maggiori possibilità di aggiudicazione.
Anche molti bandi di finanza agevolata – regionali, nazionali, settoriali – inseriscono il rating di legalità tra i criteri premiali o addirittura tra i requisiti di accesso. Chi non ce l’ha si trova tagliato fuori da una serie di opportunità di sostegno pubblico agli investimenti, alla ricerca, all’internazionalizzazione.
Prospettive e gestione operativa
Per le imprese che vogliono muoversi su questo terreno, serve un approccio strutturato. Non basta presentare la domanda e sperare che vada bene. Occorre mappare preventivamente tutti i possibili motivi ostativi – non solo quelli relativi alla società, ma anche quelli che riguardano gli amministratori, i soci di maggioranza, i procuratori con poteri gestionali. Una verifica accurata dei carichi pendenti, delle eventuali misure in corso, delle sanzioni antitrust o dell’ANAC ricevute negli ultimi anni.
Poi c’è la parte dei requisiti premiali, dove si gioca la possibilità di passare dalla stella base alle tre stelle complete. Qui le scelte sono strategiche: investire nell’adozione di un modello 231, aderire a protocolli di legalità, implementare sistemi di tracciabilità dei pagamenti, richiedere l’iscrizione nelle white list. Ogni “+1” richiede impegno organizzativo e costi, che vanno valutati in rapporto ai benefici attesi.
Una volta ottenuto il rating, scatta l’obbligo di monitoraggio continuo. I 30 giorni per comunicare eventi rilevanti sono pochi, e il rischio di dimenticarsene è reale se non si ha un sistema strutturato di alert interni. Molte imprese stanno valutando di affidare questo compito a funzioni di compliance dedicate oppure a consulenti esterni specializzati, almeno nelle fasi iniziali.
Il nuovo regolamento, insomma, alza decisamente il livello di complessità gestionale. Da un lato premia chi mantiene standard elevati nel tempo – con il bonus continuità e la durata triennale. Dall’altro introduce controlli più severi e sanzioni pesanti per chi non sta al passo. Resta da vedere come l’AGCM applicherà concretamente queste disposizioni nei prossimi mesi, quando arriveranno le prime istanze secondo le nuove regole e si definiranno le prassi operative effettive.



