La Guardia di Finanza ha deciso di giocare d’anticipo contro il fenomeno delle partite IVA apri e chiudi. Il piano operativo 2026 delle Fiamme Gialle punta tutto sulla velocità: individuare le imprese fantasma prima che riescano a scomparire, bloccare le fatture elettroniche e impedire le compensazioni con crediti fittizi. Un cambio di passo netto, reso possibile dall’incrocio di circa 200 banche dati e da istruzioni operative che il Comando Generale ha diramato ai reparti nell’ambito del piano operativo annuale.
- La Guardia di Finanza ha intensificato nel 2026 il contrasto alle partite IVA “apri e chiudi”, con un approccio preventivo basato sull’incrocio di oltre 200 banche dati.
- Nel 2025 le Fiamme Gialle hanno formulato all’Agenzia delle Entrate 3.800 proposte di cessazione d’ufficio; il target PIAO 2026-2028 fissa 9.000 chiusure per il 2026, 9.500 per il 2027 e 10.000 per il 2028.
- Il quadro normativo di riferimento è l’art. 35, commi 15-bis, 15-bis.1, 15-bis.2 e 15-bis.3, DPR 633/1972, integrato dalle disposizioni della Legge di Bilancio 2024 (L. 213/2023) che ha introdotto il divieto di compensazione orizzontale e l’irrilevanza della cessazione volontaria antecedente.
- Chi subisce la chiusura d’ufficio deve prestare fideiussione di almeno 50.000 euro per riaprire una nuova posizione IVA
Come funziona la strategia delle Fiamme Gialle
Il meccanismo è piuttosto diretto. Si aprono attività economiche che sulla carta sembrano regolari, si emettono fatture per operazioni inesistenti, si incassa l’IVA dai clienti e poi – nel giro di pochi mesi – si chiude tutto. Il Fisco resta con un pugno di mosche: imposte non dichiarate, non versate, e nessuna possibilità concreta di recuperarle. È il classico schema delle cosiddette società cartiere, soggetti creati con il solo scopo di alimentare circuiti di frode.
Le istruzioni operative emanate dal Comando Generale spingono i reparti a scandagliare con rapidità le nuove attribuzioni di partita IVA. L’obiettivo è selezionare subito le imprese neocostituite che presentano un elevato indice di pericolosità fiscale, quelle che – nella prassi – si rivelano quasi sempre prive di struttura reale.
L’analisi di rischio con 200 banche dati
Un ruolo centrale in questa partita lo gioca l’analisi del rischio. L’amministrazione finanziaria dispone ormai di una rete enorme di informazioni, gestita con il supporto di Sogei: oltre 200 banche dati che raccolgono dati fiscali, patrimoniali, finanziari, raccolti sul territorio anche attraverso le operazioni svolte dai reparti stessi.
L’incrocio di queste informazioni consente di ricostruire le correlazioni tra le nuove partite IVA e posizioni già chiuse in passato, magari intestate a prestanome che avevano lasciato dietro di sé una scia di debiti tributari e contributivi. Quei debiti, peraltro, contribuiscono ad alimentare la montagna del magazzino della riscossione, che al 31 gennaio 2025 si attestava a circa 1.273 miliardi di euro.
I numeri: 3.800 proposte nel 2025 e obiettivi crescenti
Non si tratta di proclami generici. Nel 2025, i reparti della Guardia di Finanza hanno formulato all’Agenzia delle Entrate ben 3.800 proposte di chiusura di posizioni IVA sospette. Un contributo che si annuncia rilevante anche rispetto ai target fissati dall’Agenzia nel Piano Integrato di Attività e Organizzazione (PIAO) 2026-2028: 9.000 chiusure d’ufficio nel 2026, 9.500 nel 2027, fino a 10.000 nel 2028.
Per dare un’idea dell’accelerazione, basta pensare che nel 2023 le cessazioni d’ufficio erano state circa 1.200. L’anno successivo erano già salite a quasi 6.000. La macchina dei controlli, insomma, si è messa in moto e i numeri lo confermano.
La doppia mossa: prevenzione e repressione
La strategia delle Fiamme Gialle si articola su due binari paralleli. Da un lato c’è il presidio preventivo: intercettare le imprese fittizie prima che possano arrecare danno. Si attiva il canale delle segnalazioni all’Agenzia delle Entrate per proporre la cessazione della partita IVA, secondo quanto previsto dall’art. 35, commi 15-bis e 15-bis.1, del DPR 633/1972.
Dall’altro lato si muove la leva repressiva. Se mancano i requisiti previsti dalle regole sull’IVA – oppure se emergono indizi di coinvolgimento in circuiti di frode, o ancora una presenza strutturata di mancato rispetto degli obblighi fiscali – la Guardia di Finanza indirizza attività ispettive e indagini di polizia giudiziaria nei confronti dei soggetti coinvolti a vario titolo.
Con questa doppia mossa a tenaglia, l’obiettivo è stroncare sul nascere le cosiddette cartiere: imprese e società che transitano false fatture nel sistema economico.
Perché il fattore tempo è decisivo
C’è un aspetto che rende la velocità un elemento cruciale in questo tipo di contrasto. E riguarda gli effetti che le partite IVA apri e chiudi producono nel sistema tributario e nell’economia reale.
Quando l’intervento è tempestivo, si riesce a bloccare la possibilità di emettere ulteriori fatture elettroniche. In pratica, si impedisce al soggetto fittizio di generare nuovi documenti falsi che inquinano il mercato. E non solo: si ferma anche la compensazione di debiti tributari reali con crediti fiscali inesistenti, operazione che avviene tramite il modello F24.
Il punto è che una volta monetizzato il credito d’imposta con l’F24, il danno diventa quasi irreparabile. Recuperare quelle somme è un’impresa complicata, se non impossibile. Ecco perché intervenire a ridosso della creazione della partita IVA può fare la differenza: queste posizioni hanno una vita brevissima, qualche mese al massimo, e la capacità di intercettarle prima che spariscano è tutto.
La procedura di chiusura d’ufficio e le garanzie
Come funziona, in concreto, la chiusura forzata? L’Agenzia delle Entrate, sulla base delle analisi di rischio e delle segnalazioni ricevute (anche dalla Guardia di Finanza), invita il contribuente a comparire di persona presso l’ufficio competente. Lì deve esibire le scritture contabili obbligatorie e tutta la documentazione idonea a dimostrare l’effettivo esercizio di un’attività economica.
Se il contribuente non si presenta, o se la documentazione fornita non supera il vaglio dell’ufficio, scatta il provvedimento di cessazione della partita IVA. Al quale si accompagna una sanzione amministrativa di 3.000 euro, prevista dall’art. 11, comma 7-quater, del D.Lgs. 471/1997.
Un aspetto che vale la pena evidenziare: la Legge di Bilancio 2024 (L. 213/2023, art. 1, comma 99) ha chiuso una falla normativa rilevante introducendo il comma 15-bis.3 nell’art. 35 del DPR 633/1972. Prima di quella modifica, chi avvertiva il rischio di una chiusura forzata poteva chiudere volontariamente la partita IVA e sottrarsi alle conseguenze. Adesso non è più possibile: la sanzione e gli effetti si applicano anche quando la cessazione volontaria è avvenuta nei 12 mesi precedenti al provvedimento, se l’ufficio accerta che sussistevano comunque i presupposti per la chiusura d’ufficio.
La chiusura non è definitiva, va detto. Chi vuole riaprire una posizione IVA può farlo, ma solo dietro rilascio di una polizza fideiussoria o fideiussione bancaria della durata di 3 anni e per un importo minimo di 50.000 euro. Se poi risultano violazioni fiscali pregresse per un importo superiore, la garanzia deve coprire l’intero debito – tra imposte, sanzioni e interessi.
Non solo evasione: concorrenza sleale e riciclaggio
C’è poi un aspetto che spesso passa in secondo piano nel dibattito pubblico: le partite IVA apri e chiudi non sono soltanto un problema fiscale.
L’esperienza maturata sul campo dai militari della Guardia di Finanza mostra come questi soggetti producano effetti distorsivi sulla concorrenza. Un’impresa che non paga l’IVA, i contributi, le imposte, può offrire prezzi più bassi rispetto a chi opera nella legalità. E questo danneggia direttamente le aziende in regola.
Ma c’è dell’altro. Dietro le irregolarità tributarie si nascondono spesso impiego di lavoro nero, importazioni di merci contraffatte (o addirittura pericolose), violazioni doganali sistematiche. E poi – aspetto tutt’altro che secondario – fenomeni di riciclaggio: i movimenti finanziari tracciati da queste attività fantasma fanno emergere denaro contante che finisce a disposizione di organizzazioni criminali o viene reimmesso nel circuito produttivo.
Il blocco delle compensazioni: una novità della Legge di Bilancio 2024
Merita un approfondimento a parte la questione delle compensazioni. Il divieto di compensazione orizzontale a seguito della cessazione d’ufficio della partita IVA è stato introdotto dall’art. 1, comma 97, della L. 213/2023, con effetti dal 1° gennaio 2024.
In pratica, quando l’ufficio notifica il provvedimento di cessazione e il contribuente non fornisce le informazioni richieste, scatta il blocco: non è più possibile compensare imposte con altri tributi o contributi tramite il modello F24. Il divieto opera a prescindere dalla tipologia e dall’importo dei crediti, anche se questi non sono maturati nell’ambito dell’attività svolta con la partita IVA oggetto del provvedimento.
Si consideri un esempio: la società Alfa Srl, costituita a gennaio, emette fatture per 800.000 euro nei primi 4 mesi. L’IVA addebitata ai clienti ammonta a 176.000 euro. Non viene presentata alcuna dichiarazione periodica, non viene versato un centesimo. A maggio la Guardia di Finanza segnala la posizione all’Agenzia delle Entrate. Se l’intervento arriva in tempo, si blocca sia la fatturazione elettronica sia la possibilità di compensare il credito IVA fittizio che nel frattempo potrebbe essere stato generato. Se invece Alfa Srl riesce a utilizzare quel credito in compensazione prima dell’intervento, il danno è fatto.
Cosa cambia per i contribuenti regolari
Chi opera in modo legittimo non ha, in teoria, nulla da temere. Ma la pressione crescente impone comunque attenzione. Per i professionisti che assistono i contribuenti nell’apertura di nuove partite IVA, la responsabilità solidale per la sanzione di 3.000 euro è stata soppressa dalla L. 213/2023, il che rappresenta un sollievo. Resta però il fatto che un’attribuzione di partita IVA seguita da comportamenti anomali – mancate dichiarazioni, volumi di fatturazione incoerenti con la struttura, assenza di versamenti – attira inevitabilmente l’attenzione dei sistemi di analisi del rischio.
Sul sito dell’Agenzia delle Entrate è possibile riscontrare, attraverso la sezione dedicata alla verifica della partita IVA, se nei confronti di un fornitore o cliente è stato emesso un provvedimento di cessazione ai sensi dei commi 15-bis e 15-bis.1. Questo strumento serve proprio a evitare il coinvolgimento indiretto in meccanismi fraudolenti: chi riceve fatture da un soggetto la cui partita IVA è stata cessata d’ufficio rischia di vedersi contestare la detrazione dell’IVA.
Il messaggio che emerge dal piano operativo 2026 della Guardia di Finanza è abbastanza netto: sulle partite IVA fittizie si punta a intervenire prima che il danno si concretizzi. E la collaborazione sempre più stretta con l’Agenzia delle Entrate – tra banche dati condivise, segnalazioni incrociate e target crescenti – rende questa strategia qualcosa di più di un semplice annuncio.



