L’Agenzia delle Entrate rafforza la vigilanza sui contribuenti con partita IVA attraverso un piano di controlli più penetranti. Per il 2026 si prevedono circa 9.000 cessazioni d’ufficio, concentrandosi su posizioni fiscali considerate a rischio. La strategia dell’amministrazione finanziaria punta a contrastare fenomeni di evasione e irregolarità attraverso verifiche incrociate sempre più sofisticate.
Il profilo di rischio dei contribuenti sotto osservazione
L’attività ispettiva dell’Agenzia delle Entrate si concentra principalmente sui soggetti che presentano anomalie dichiarative significative. Chi si trova nella condizione di non aver versato le imposte dovute, o peggio ancora, di non aver presentato la dichiarazione fiscale, finisce automaticamente nel mirino del fisco. Già nel 2023 le verifiche avevano portato alla chiusura forzata di migliaia di posizioni IVA, e i numeri del 2027-2028 indicano che il trend proseguirà con ancora maggiore intensità.
La selezione dei contribuenti da controllare avviene attraverso l’utilizzo di algoritmi che incrociano diverse banche dati. Quando emerge una discrepanza tra quanto dichiarato e i dati in possesso dell’amministrazione – pensiamo ai corrispettivi effettivamente incassati rispetto a quelli comunicati – scatta un alert automatico. Il sistema informatico dell’Agenzia è in grado di individuare anche pattern comportamentali tipici di chi opera in modo irregolare, come ad esempio l’emissione di fatture per operazioni inesistenti.
Particolare attenzione viene riservata ai soggetti che dichiarano importi di scarsa rilevanza economica, specialmente se questi risultati appaiono incompatibili con l’attività effettivamente svolta. Un professionista che dichiara redditi irrisori ma mantiene attivo uno studio in pieno centro cittadino solleva inevitabilmente dei sospetti. Nella prassi, situazioni del genere portano quasi sempre ad accertamenti approfonditi.
Meccanismi di controllo e tempistiche operative
Il procedimento di chiusura d’ufficio della partita IVA segue un iter preciso, disciplinato dall’articolo 35 del DPR 633/1972. L’amministrazione finanziaria non può procedere senza prima aver concesso al contribuente la possibilità di regolarizzare la propria posizione. Questo significa che chi riceve una comunicazione di irregolarità ha ancora margini per intervenire, anche se i tempi sono piuttosto stretti.
Le verifiche partono dall’analisi dei dati dichiarativi relativi agli anni precedenti. Se nel 2023 un contribuente non ha versato l’IVA dovuta, nel 2026 potrebbe ricevere la notifica di chiusura della posizione. I termini decadenziali per l’accertamento giocano un ruolo fondamentale in questo meccanismo: l’Agenzia può contestare le violazioni entro il 31 dicembre del quinto anno successivo a quello in cui avrebbe dovuto essere presentata la dichiarazione.
Chi non è intervenuto per sanare le irregolarità si espone al provvedimento di cessazione d’ufficio. A quel punto diventa estremamente complicato riaprire la posizione, perché occorre dimostrare non solo di aver regolarizzato i debiti pregressi ma anche di possedere i requisiti per esercitare l’attività in modo conforme.
Fringe benefit auto e riflessi sulla determinazione del reddito
Nel piano di controllo dell’Agenzia assume rilevanza anche la corretta applicazione delle norme sui fringe benefit, in particolare per quanto riguarda le auto aziendali. Quando un dipendente utilizza un veicolo aziendale anche per finalità personali, scatta l’obbligo di assoggettare a tassazione il vantaggio ricevuto. Il legislatore ha introdotto criteri specifici per calcolare questo beneficio, legandolo alle caratteristiche del mezzo e alle emissioni inquinanti.
La disciplina prevede che il valore del fringe benefit venga determinato applicando percentuali differenziate sulla base dei parametri della tabella ACI, come stabilito dall’articolo 51, comma 4, lettera a) del TUIR. Con la risposta n. 14 del 21 gennaio 2020, l’amministrazione finanziaria ha chiarito che questa soluzione interpretativa trova applicazione anche quando la società trasla integralmente sul dipendente il costo dell’utilizzo del veicolo.
Supponiamo che un’azienda conceda a un proprio collaboratore l’uso di un’auto ibrida per tutto l’anno. Anche qualora la società addebiti mensilmente al dipendente importi corrispondenti al benefit, nella busta paga dovrà comunque comparire la componente in natura come voce retributiva, con le relative trattenute fiscali e previdenziali. Il lavoratore riceverà quindi un compenso lordo maggiorato del valore convenzionale dell’auto, calcolato secondo i criteri ministeriali.
L’Agenzia delle Entrate ha precisato che le normative più recenti contenute nel decreto legge di bilancio 2025 non modificano questa impostazione. Il fringe benefit derivante dall’uso promiscuo del veicolo rimane sempre imponibile, indipendentemente da come viene gestito contabilmente il rapporto tra datore di lavoro e dipendente. Su queste basi si conclude che eventuali benefici connessi alle eccedenze di retribuzione variabile concorrono alla formazione del reddito complessivo ai sensi dell’articolo 51, comma 1, del TUIR.
Costi del personale e spending review dell’amministrazione
Parallelamente all’intensificazione dei controlli sulle partite IVA, i dati di bilancio dell’Agenzia delle Entrate mostrano un incremento significativo della spesa per il personale. Nel budget 2026 sono previsti circa 1.388 milioni di euro per coprire i costi dei dipendenti, con un aumento di 138 milioni rispetto all’anno precedente. Questo incremento si spiega considerando diversi fattori strutturali che caratterizzano l’organizzazione dell’ente.
In primo luogo va considerato l’ampliamento dell’organico attraverso nuove assunzioni. L’Agenzia sta procedendo con concorsi pubblici per rimpiazzare il personale che va in pensione e per rafforzare settori strategici come quello dei controlli fiscali. Ogni nuovo ingresso comporta ovviamente dei costi aggiuntivi che si riflettono sul bilancio complessivo.
I rinnovi contrattuali rappresentano un’altra voce di peso considerevole. I dipendenti pubblici hanno ottenuto aumenti retributivi attraverso la contrattazione collettiva, e questi incrementi si traducono in maggiori esborsi per l’amministrazione. Parliamo di circa il 60% dell’intera spesa dell’Agenzia delle Entrate, che nel 2026 dovrebbe attestarsi attorno ai 2.310 milioni complessivi.
Dietro questa crescita c’è anche un aspetto legato alle dinamiche interne di carriera. I costi di intermediazione – che coprono servizi essenziali per il funzionamento degli uffici – sono passati da 278,3 milioni nel 2025 a 247,3 milioni nel 2026. Si tratta di risorse destinate alla remunerazione degli intermediari per attività di varia natura, dalla gestione informatica ai servizi di consulenza specialistica.
Altri capitoli di spesa riguardano le utenze e i servizi necessari per mantenere operativa la struttura. Spese di telefonia, energia elettrica, acqua e gas pesano per circa 27,8 milioni. Nel 2026 complessivamente le spese di telecomunicazione dovrebbero aggirarsi sui 14,1 milioni, cifra non troppo distante dai 14,3 milioni del 2025.
Un dato interessante emerge dall’analisi dei costi per servizi ausiliari: si prevede un passaggio da 50 milioni a 32 milioni. Le spese per pulizia, vigilanza e manutenzione degli immobili subiscono invece un incremento, arrivando a quasi 24,4 milioni nel 2026, con un balzo di circa 22 milioni rispetto all’esercizio precedente. Come spesso accade nella gestione pubblica, si tratta di adeguamenti legati all’inflazione e ai rinnovi degli accordi quadro per i servizi integrati.
Categorie di contribuenti maggiormente colpite
L’azione di contrasto dell’amministrazione finanziaria si rivolge principalmente verso alcune categorie specifiche di contribuenti. I soggetti che operano con regimi agevolati come il forfettario finiscono spesso sotto osservazione quando i loro volumi d’affari sembrano incompatibili con le soglie previste per accedere a quel particolare trattamento fiscale.
Chi ha cessato formalmente l’attività ma continua di fatto a operare rappresenta un altro target prioritario. Nella realtà operativa capita che qualcuno chiuda la partita IVA per sottrarsi agli obblighi dichiarativi e contributivi, salvo poi continuare a fatturare magari attraverso altre posizioni intestate a prestanome. L’incrocio delle banche dati consente di individuare questi comportamenti con relativa facilità.
Anche i professionisti e le piccole imprese che presentano dichiarazioni con importi sistematicamente inferiori alle medie di settore attirano l’attenzione del fisco. Quando un commercialista dichiara redditi da 15.000 euro annui ma risulta iscritto all’albo da vent’anni e dispone di uno studio attrezzato, è legittimo che l’Agenzia approfondisca la situazione. Gli algoritmi di risk analysis sono tarati proprio per individuare queste incongruenze.
Conseguenze della chiusura d’ufficio e possibilità di rimedio
Una volta disposta la cessazione della partita IVA, il contribuente si trova in una posizione particolarmente delicata. Non può più emettere fatture, non può dedurre i costi sostenuti per l’attività e soprattutto rischia di vedersi precluso l’accesso a nuovi finanziamenti o a gare pubbliche. Per chi vive del proprio lavoro autonomo si tratta praticamente della fine dell’attività.
Esistono tuttavia margini per opporsi al provvedimento. Il contribuente può presentare ricorso dinanzi alle commissioni tributarie entro 60 giorni dalla notifica dell’atto di chiusura. Dovrà però dimostrare l’illegittimità del provvedimento, il che non è sempre semplice quando l’amministrazione ha già raccolto elementi probatori significativi.
In alternativa si può tentare la strada della riapertura, ma occorre prima mettersi in regola con tutti gli adempimenti pregressi. Significa versare le imposte non pagate, presentare le dichiarazioni omesse e sanare eventuali altre irregolarità. Solo dopo aver completato questo percorso si può chiedere la riattivazione della posizione IVA.
La prevenzione resta comunque l’arma migliore. Chi mantiene una contabilità ordinata, presenta regolarmente le dichiarazioni e versa le imposte nei termini difficilmente finirà nel mirino dell’Agenzia. Affidarsi a un commercialista esperto può fare la differenza, specialmente per chi non ha dimestichezza con gli aspetti fiscali della propria attività.



