Nel percorso tortuoso della manovra, una delle questioni che aveva agitato imprese e professionisti riguardava il nuovo regime di tassazione dei dividendi. Sembrava imminente un inasprimento, quasi una penalizzazione automatica, per chi deteneva quote societarie senza soddisfare requisiti stringenti. La discussione si è però spostata su binari meno rigidi grazie a una soluzione alternativa che unisce due condizioni: un limite quantitativo fissato al 5% e un periodo minimo di detenzione pari a tre anni.
🕒 Cosa sapere in un minuto
- Niente stretta generalizzata sui dividendi: confermata l’esenzione del 95%.
- Due condizioni alternative: partecipazione almeno al 5% oppure detenzione per tre anni.
- La misura tutela società familiari, PMI e investimenti di lungo periodo.
- La tassazione piena scatta solo quando non è soddisfatto nessuno dei due requisiti.
- Ulteriori chiarimenti attesi con nuovi emendamenti e possibili circolari interpretative.
Come funziona la doppia soglia sulle partecipazioni mantenute tre anni
Nella prassi molti temevano un intervento che avrebbe portato dal 95% all’85% la quota esente dei dividendi, con un effetto concreto di aumento della tassazione. La nuova impostazione cambia lo scenario. L’esenzione piena al 95% resterà valida ogni volta in cui la partecipazione sia pari almeno al 5% oppure sia mantenuta continuativamente per un triennio. Due strade diverse, entrambe idonee a preservare la neutralità del meccanismo.
Si tratta di un compromesso nato dopo settimane di confronto politico e tecnico. Gli uffici del Senato e il Ministero dell’Economia hanno messo a punto una clausola che consente di sterilizzare il rischio di maxi prelievi, soprattutto nei casi in cui le quote siano detenute per motivi industriali o familiari senza finalità speculative.
L’obbligo di holding period e i suoi effetti operativi
Il requisito dei tre anni, riferito alle partecipazioni mantenute tre anni, rappresenta una sorta di ancora di salvezza per le società che avevano temuto un aggravio automatico dal 1° gennaio 2026. Chi detiene quote con logiche di stabilità, spesso nelle piccole e medie imprese, potrà continuare a beneficiare dell’esenzione ordinaria del 95%. L’applicazione dell’aliquota piena scatta solo se non viene rispettata alcuna delle due condizioni previste.
Nella sostanza, l’impianto fiscale mantiene una linea di continuità con il passato. Vengono evitati gli impatti distorsivi che sarebbero nati nei casi di passaggi generazionali, operazioni di riorganizzazione o conferimenti societari. Le simulazioni tecniche mostravano come migliaia di contribuenti sarebbero stati interessati da un incremento d’imposta non sempre giustificato.
Il quadro politico e i correttivi in arrivo
Dietro le quinte della commissione Bilancio, i relatori hanno evidenziato la necessità di bilanciare esigenze di gettito e salvaguardie per le aziende. Si è scelto quindi un percorso di correzione progressiva, anche per evitare conflitti con norme fiscali europee e con le interpretazioni dottrinali che negli ultimi anni hanno ricondotto la tassazione dei dividendi alla logica della participation exemption prevista dall’articolo 87 del Tuir.
Il Governo sta predisponendo ulteriori interventi legati agli emendamenti sugli enti locali, sul fondo di solidarietà comunale e sull’imposta di soggiorno. Il pacchetto complessivo dovrebbe essere finalizzato entro l’avvio della sessione parlamentare dedicata all’approvazione della manovra per il 2026.
Una misura che incide anche sulle scelte imprenditoriali
Molti operatori lo hanno detto con chiarezza: una stretta troppo marcata avrebbe condizionato investimenti e ricapitalizzazioni. Una PMI che riceve dividendi dai soci persone fisiche si sarebbe trovata a rivedere fusioni o operazioni infragruppo. Con la soluzione individuata, invece, si consente di preservare equilibri interni senza distorcere i piani industriali.
Un esempio semplice aiuta a capire l’impatto. Se un imprenditore detiene il 3% di una società ma quella partecipazione è il frutto di un investimento di lungo periodo, la regola dei tre anni garantisce l’applicazione dell’esenzione ordinaria. Se invece le quote sono cedute nel giro di pochi mesi, la tassazione aggiuntiva opera come meccanismo disincentivante verso operazioni molto rapide o meramente speculative.
Cosa aspettarsi nella prossima versione della manovra
Le modifiche saranno integrate nel fascicolo degli emendamenti che verrà discusso al Senato. Resta aperto il confronto sulla definizione dei criteri per individuare l’effettiva detenzione continuativa e per evitare interpretazioni troppo rigide già emerse in passato. Non è escluso che l’Agenzia delle Entrate pubblichi una circolare per chiarire i casi pratici, in particolare quelli legati a fusioni, scissioni o successioni ereditarie.
Una cosa sembra emergere con nettezza: l’intenzione è evitare un irrigidimento generalizzato e mantenere un modello coerente con la participation exemption. Il compromesso raggiunto sulla tassazione dei dividendi e sulle partecipazioni mantenute tre anni rappresenta quindi un equilibrio che tutela la base imponibile senza compromettere la continuità gestionale delle imprese.



